Archivi categoria: Studi, ricerche e sondaggi

Le Donne col Sedere Grande stanno meglio e sono più Intelligenti

Sarebbe come dire: culo grosso cervello fino. Ma il cervello l’hanno sicuramente perso per strada gli “studiosi” che hanno utilizzato il loro tempo e i loro sforzi per arrivare a questa conclusione. Che ve ne pare?? Questo l’articolo tratto da Tuttasalute.net.

Uno dei più grandi crucci femminili riguarda le dimensioni del proprio lato B. Non a caso il commercio di biancheria intima con effetto contenitivo e modellante non conosce crisi e, di recente, sono diventati di moda anche i pantaloni in grado di sollevare e rendere le curve più sexy.

Per tutte coloro che lottano con un sedere non proprio piccolo, arriva una buona notizia. L’Università di Oxford ha effettuato alcune ricerche arrivando a concludere che le donne con un lato B evidente, non soltanto godono di buona salute ma sono anche più intelligenti e scaltre.

Lo studio ha preso in esame i livelli di omega 3, i grassi buoni che agiscono sullo sviluppo cerebrale favorendo i processi neurologici. Le rappresentati del gentil sesso con le curve hanno valori più alti e quindi risultano più sveglie e reattive.

Secondo gli scienziati, per giudicare la prontezza e l’acume bisognerebbe prendere in considerazione le dimensioni del fondoschiena perchè quanto più e importante quanto più si è intelligenti: esisterebbe un rapporto fra l’acume femminile e la mole di questa parte del corpo così troppo spesso odiata. Da alcuni esami è risultato che vivono di più rispetto a chi vanta un corpo longilineo; la responsabilità sarebbe da ricercare il quantità normali, e più basse, di zuccheri nel sangue. Gli scienziati inoltre, hanno verificato che anche il colesterolo è meno alto e sommando questi elementi hanno dedotto che aumenta l’aspettativa di vita.

Le donne con un fondoschiena pronunciato hanno minori possibilità di andare incontro a malattie cardiache, dell’apparato circolatorio e ad altre patologie croniche come per esempio il diabete.

Grazie alla scoperta dei ricercatori britannici tutte coloro che hanno sempre odiato il loro sedere possono finalmente accettarsi e vivere meglio essendo consapevoli che, oltre a possedere un’intelligenza più acuta, sono anche più sane rispetto alle donne con un lato B magro; senza dimenticare che vivono meglio e di più.

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Donne più felici ed in salute se aiutate dai loro mariti in casa

Ma secondo voi serviva una ricerca specifica per arrivare a questa conclusione??? L’articolo è tratto da Centro meteo italiano.it

donne piu felici se aiutate nelle faccende domestiche dai propri mariti

Donne più felici ed in salute se aiutate dai loro mariti in casa 24/02/2014 – Donne più felici si, quando sono aiutate in casa nelle faccende domestiche. Sembra una cosa normale, nei rapporti di coppia che viaggiano a gonfie vele. I mariti che si rendono utili in casa rendono felici le proprie mogli. Fin qui non c’è nulla di strabiliante in questa frase. Uno studio però ha verificato che aumenterebbe il benessere della donna, in particolare il proprio stato di salute ne avrebbe effetti benefici.  Il ragionamento confermato in questa ricerca scientifica, è semplice: se i mariti lavorano, le donne hanno più tempo per se stesse, da dedicare a se stesse, ai propri hobby ed alle proprie passioni e sono dunque più feliciPiù felici, si sa, vuol dire anche migliori condizioni di salute.  A dimostrarlo è uno studio eseguito negli USA, dall’Università del Texas di Dallas e da quella dell’Indiana e pubblicato sul magazine Social Forces.

Il luogo comune dice che non è facile rendere felice una donna.   Secondo uno studio scientifico però non sarebbe molto difficile riuscirci, vediamo perchè. Donne più felici e in salute, se i mariti aiutano nei lavori domestici Non sembrerebbe una cosa proprio impossibile a prima vista. Non sempre la pigrizia regna dentro casa. Ci sono infatti mariti che aiutano le mogli nelle faccende domestiche. E questo porterebbe benefici. Non solo a livello pratico, ma anche in quello psicologico. A beneficiarne sarebbero le mogli, più felici ed in salute. Lo dice una ricerca scientifica.

Donne incinte e smog: ancora uno studio sui rischi dell’esposizione

Certi studi sono sicuramente interessanti e utili solo che, come in questo caso, dopo aver letto le conclusioni ci chiediamo: cosa possono fare le donne incinte? Sigillarsi in casa? Questo l’articolo tratto da Ecodallecittè.it

Donne incinte e smog: ancora uno studio sui rischi dell'esposizione

Se si vive in aree di forte smog, respirare potrebbe essere tossico quanto fumare per una donna incinta, aumentando le probabilità di sviluppare malattie ipertensive. A sostenerlo, i ricercatori dell’Università della Florida. Lo studio e alcune considerazioni

Gli studi sullo smog e le sue conseguenze sulla salute si rincorrono ormai a ritmi frenetici. Non passa settimana senza che i giornali parlino di una nuova ricerca, dai risultati tendenzialmente catastrofici. Il problema è che spesso l’allarme è fondato. Ma questa volta?

In questo caso l’università in questione è quella della Florida, e l’articolo pubblicato dai ricercatori riguarda uno studio sulla correlazione fra esposizione ad alti livelli di inquinanti e possibilità di contrarre malattie durante la gravidanza. 

Al centro dell’analisi, monossido di carbonio e biossido di zolfo, responsabili di un considerevole aumento del rischio di sviluppare aumenti improvviso della pressione sanguigna, come nel caso della preclampsia, patologia che può presentarsi dopo la ventesima settimana e che, se non adeguatamente monitorata, può portare a conseguenze molto gravi: distacco della placenta, insufficienza renale acuta, edema polmonare, emorragia cerebrale e convulsioni.

Lo studio è stato condotto su oltre ventimila donne, seguite durante l’intero periodo della gravidanza, e i dati sono stati messi a confronto con i livelli di inquinanti registrati dall’EPA nello stesso periodo. Dai dati emersi, è risultato che il 4,7% del campione aveva sviluppato una qualche malattia ipertensiva durante la gravidanza,attribuibile all’esposizione agli inquinanti atmosferici durante i primi sei mesi di gravidanza. 

Sono dati da tenere in considerazione, come è logico. Se gli inquinanti sono dannosi per la salute in qualunque essere umano, a maggior ragione lo sono per le donne in gravidanza, una fase della vita in cui andrebbero limitati al massimo gli agenti esterni dannosi per l’organismo. Ma nel caso della preeclampsia è bene ricordare che ne soffre in media l’1% della popolazione in Italia, mentre negli Stati Uniti il valore sale al 5%, come confermato dallo studio, e indipendentemente da quali siano le cause. 

Donne oggetto in tv e molestie, studio dell’Università di Padova „Donne oggetto in tv: per ricercatori “legittimano” sessismo e molestie“

Innanzitutto buon anno a tutte/i coloro che ci leggono.

Primo argomento dell’anno:
possono i messaggi veicolati dai mezzi di comunicazione di massa, in particolare dalla televisione, avere un effetto sul nostro comportamento?. E’ quanto ha cercato di capire uno studio condotto dall’Università di Padova.

Leggiamo quanto riporta Padovaoggi 
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Possono i messaggi veicolati dai mezzi di comunicazione di massa, in particolare dalla televisione, avere un effetto sul nostro comportamento? In particolare, nel corso dell’ultimo decennio si è assistito ad una crescente diffusione di modelli femminili oggettivati in molti programmi della televisione italiana; nello stesso periodo, nel nostro paese sono pericolosamente aumentati gli episodi di molestia sessuale e di violenza contro le donne. E’ possibile che i due fenomeni siano in qualche modo causalmente associati?

LO STUDIO. I programmi televisivi che propongono una immagine oggettivante della donna (quando, cioè, le donne sono relegate al ruolo di oggetti o di mera decorazione) creano un contesto normativo che legittima la molestia, rappresentando in tal modo un concreto pericolo per la sicurezza e la dignità delle donne. È quanto emerge da uno studio condotto da Silvia Galdi, Anne Maass e Mara Candiu del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova, Objectifying media: their effect on gender role norms and sexual harassment of women, e pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista “Psychology of women quarterly”. “Abbiamo messo a punto due studi sperimentali – spiega la dottoressa Galdi – per verificare se esiste una relazione causale tra esposizione a programmi televisivi che propongono un’immagine oggettivante della donna e comportamenti di molestia sessuale. I risultati dimostrano che anche una breve esposizione a materiale televisivo veicolante un modello svilente e denigrante del ruolo femminile aumenta il comportamento di molestia. Questa relazione è da attribuirsi al fatto che la visione di tale materiale favorisce una maggiore adesione alle norme tradizionali riguardanti il ruolo maschile”.

UOMINI SOTTO LA LENTE. I due studi sono stati realizzati chiedendo a partecipanti maschi, di età compresa tra i 18 e i 48 anni, suddivisi casualmente in tre gruppi sperimentali, di vedere un video clip della durata di 3 minuti. A seconda della condizione sperimentale, un video comprendeva sequenze di un documentario sulla natura (condizione di controllo), un altro comprendeva sequenze tratte da programmi televisivi che proponevano donne oggettivate (condizione TV oggettivante), un terzo video proponeva sequenze che descrivevano donne in ruoli professionali di prestigio (condizione donne professioniste). Subito dopo la visione del video, tutti i partecipanti hanno compilato un questionario, volto a rilevare il loro grado di adesione alle norme tradizionali riguardanti il ruolo maschile. Il comportamento di molestia sessuale è stato invece misurato in termini quantitativi registrando il numero totale di barzellette sessiste inviate dagli stessi partecipanti ad una interlocutrice fittizia nel corso di una successiva interazione via Internet. Dai risultati dei due studi è emerso che solo i partecipanti esposti al video oggettivante manifestano una maggiore adesione alle norme tradizionali riguardanti il ruolo maschile, adesione che, a sua volta, aumenta il comportamento di molestia (maggior numero di barzellette sessiste inviate).

 

Anci, donne nei Comuni in aumento nel 2012, ma ancora poche ai vertici

Solitamente la politica riesce a tirare fuori il peggio dalle persone che la fanno ma ci si augura sempre che un aumento della presenza femminile possa rappresentare un’inversione di tendenza….anche se, a dire il vero, non è che sia sufficiente essere donna per essere una brava persona. In ogni caso una notizia positiva riguardo la presenza femminile nella politica locale. Tratta dal sito AdnKronos 

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Le amministrazioni comunali italiane si colorano di rosa. Nel 2013, infatti, rispetto all’anno precedente, si registra un aumento della presenza femminile in tutte le cariche, anche se le donne dimostrano di incontrare difficoltà a rompere il ”soffitto di cristallo” e a raggiungere le posizioni apicali riservate invece agli uomini. Tra i sindaci, l’incidenza maggiore si registra tra i maschi (7,4%) ed è più bassa tra le donne (3,6%), tra i vicesindaci il 5,2% è rappresentato dagli uomini e il 4,2% dalle donne. La situazione si inverte per le cariche inferiori: tra gli assessori la presenza femminile e’ pari al 24,1% contro il 21,1% degli uomini, tra i consiglieri si rileva una incidenza maggiore tra le donne (67,4%) rispetto ai colleghi (65,4%), e infine per i presidenti di consiglio la quota maggiore si registra tra gli uomini (0,9%) contro lo 0,6% delle donne.

E’ la fotografia scattata dal Dossier La rappresentanza di genere nelle amministrazioni comunali italiane realizzato da Cittalia, Fondazione Anci Ricerche e presentato a Firenze nell’ambito della XXX Assemblea annuale Anci. Le elaborazioni sono state effettuate sulla base della banca dati del ministero dell’Interno prendendo in considerazione i dati disponibili al 30 settembre 2013.

Rispetto alla distribuzione territoriale la rappresentanza femminile è superiore al Nord (23%) mentre è più bassa al Centro (21,7%) al Sud e nelle isole (17,4%). Inoltre, è nelle amministrazioni più piccole che si registra una percentuale più alta di presenza femminile (il 23% nei Comuni fino a 1.999 abitanti) contro il 21,9% delle donne presenti nei Comuni con popolazione superiore ai 250mila abitanti. 

Prendendo in considerazione il titolo di studio le donne si confermano più istruite rispetto ai colleghi uomini: è laureato il 40,8% delle donne rispetto al 28,7% degli uomini, al contrario, soltanto lo 0,7% delle donne ha un titolo di scuola elementare contro il 2,3% degli uomini. Relativamente all’età, alla carica di sindaco si arriva tra i 46 e i 55 anni, più giovani le donne che rivestono le cariche di assessore, consigliere e Presidenti di Consiglio (tra i 36 e i 45 anni). 

Infine un’analisi sulla rappresentanza femminile per carica e regione di appartenenza: è l’Emilia Romagna che detiene la maglia rosa per le donne sindaco (18,5%) seguita da Lombardia, Valle d’Aosta, Umbria e Veneto (15%). La maglia nera spetta invece alla Campania (4,3%). E’ ancora l’Emilia Romagna in testa tra le regioni con la più alta percentuale di donne alla carica di vicesindaco (27,6%) mentre agli ultimi posti troviamo il Lazio (10,6%) e la Campania (9,9%). 

Sempre in Emilia Romagna si riscontra la percentuale più alta di donne con la carica di assessore (33,9%) e di presidenti di consiglio comunale (32,3%), mentre in basso nella lista troviamo rispettivamente la Campania (14,2%) e la Valle d’Aosta, l’Umbria e le Marche che non hanno donne tra i presidenti di consiglio. Infine la carica di consigliere: al primo posto troviamo la Valle d’Aosta (27,7%) e l’Emilia Romagna (27,6%), ancora una volta la percentuale più bassa si registra in Campania (11,6%).

Evoluzione di una donna – Dalla parte degli educatori: rivelazioni di un sondaggio tra mamme

Presenze professionali maschili all’interno degli asili nido e della scuola dell’infanzia: che ne pensano le mamme? Tra sondaggi e riflessioni Elena Babetto pone dei quesiti molto interessanti che vi invitiamo a leggere in questo nuovo articolo tratto dal suo BLOG

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Donne e tumore al seno. Giovani, vitali e sole!

 

Un’indagine per approfondire lo stato d’animo delle donne colpite da tumore al seno: articolo apparso su Libero

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Le donne colpite da tumore al seno metastatico lottano con coraggio contro la malattia, ma sentono il bisogno di non essere sole nella battaglia

Un trattamento specifico per le metastasi ossee è ritenuto necessario e fondamentale per rallentare l’evoluzione della malattia. L’indagine è curata da GfK Eurisko per Europa Donna Italia

Isa Cecchini, direttore del dipartimento GfK Eurisko Healthcare, che ha condotto l’indagine, a cui hanno aderito 84 donne affette da carcinoma metastatico al seno, non ha dubbi: “Il tumore viene descritto da molte come un mostro, una bestia, crudele, indomabile, inarrestabile. Una presenza scomoda, inaspettata e subdola. Ma le donne non si lasciano sopraffare dalla malattia, non si arrendono. Si sentono, anzi, impegnate in una lotta per la vita: uno scontro in cui si sentono parte attiva, protagoniste del proprio destino”. Coinvolgere queste donne, chiedendo loro di mettere a nudo le proprie fragilità, anche su aspetti intimi e delicati come quelli della sfera affettiva e sessuale, non è stato facile. “Partendo dalla mia esperienza di paziente con tumore al seno dall’età di 18 anni e di membro del Consiglio Direttivo di Europa Donna, ho ideato questa ricerca e ho partecipato in prima persona alla prima stesura del questionario e al reclutamento delle intervistate, al fianco di Eurisko, per garantire un’attenzione, una sensibilità ed una cura ancora maggiori nell’approccio alle donne che hanno accettato di partecipare – racconta Francesca Balena, paziente e Consigliere Europa Donna Italia – Superate alcune ritrosie iniziali, le donne intervistate sono state estremamente disponibili ad aprirsi e raccontarsi. E questo ci ha consentito, non solo di raccogliere dati importanti sui loro bisogni da portare all’attenzione degli operatori sanitari, dell’opinione pubblica e delle Istituzioni, ma ha anche offerto loro un’opportunità importante di confronto reciproco e condivisione, che si è rivelato prezioso per sentirsi meno sole, unite dalle stesse difficoltà e dalla stessa determinazione a combattere contro la malattia”.

I principali bisogni segnalati dalle intervistate sotto il profilo terapeutico sono soprattutto legati ad una migliore gestione degli effetti collaterali, che include in ordine di importanza le seguenti esigenze: riuscire a prevenire il più possibile questi effetti collaterali (ritenuto molto importante dall’80% del campione), poterli gestire con farmaci specifici (molto importante per il 73%), avere accesso a farmaci gratuiti, potersi, infine, rivolgere allo specialista nei momenti di bisogno (molto importante per il 76% delle donne). Per tutte le intervistate, la comparsa delle metastasi ossee ha segnato drammaticamente la ripresa della malattia, determinando un forte impatto emotivo: 8 donne su 10 si sono sentite preoccupate e in ansia, mentre circa la metà si è sentita depressa, impossibilitata a svolgere le normali attività quotidiane ed ha avuto problemi di sonno.  Ed è proprio contro le metastasi che si vuole combattere, per arrestare o stabilizzare il progredire della malattia e poter vivere con speranza la propria quotidianità. “Disporre di un trattamento specifico per le metastasi ossee è ritenuto importante dall’intero campione delle intervistate, che lo reputano fondamentale per poter rallentare l’evoluzione della malattia e sostenere la speranza.” – continua Isa Cecchini. Secondo Lucia Del Mastro, oncologa dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova “A partire dagli anni ’90, sono disponibili trattamenti con farmaci specifici per le metastasi osse (difosfonati). Recentemente, sono stati resi noti i risultati ottenuti con un nuovo farmaco, il denosumab, un anticorpo monoclonale che, rispetto ai difosfonati, riduce ulteriormente l’incidenza delle complicanze scheletriche e ne ritarda la comparsa. Il tempo mediano che intercorre tra la diagnosi di metastasi ossee e lo sviluppo di complicanze scheletriche è passato da circa 11 mesi in assenza di terapie specifiche a circa 26 mesi con l’utilizzo del difosfonato, ad oltre 32 mesi con denosumab”. (LARA LUCIANO)

Un’educazione femminista fa migliori i figli maschi

Un’indagine molto interessante dalla quale trarre utili spunti di riflessione. Tratta dalla rubrica Passaparola di Silvana Mazzocchi su Repubblica.it

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Se è vero che, dietro un uomo violento, c’è spesso un padre almeno brutale, è altrettanto assodato che sono ancora troppe le madri complici, giustificanti, o semplicemente non consapevoli dei danni prodotti dal modello arcaico duro a morire che considera il maschio (sebbene in crisi), un inamovibile “re” e la femmina una creatura destinata a rimanere comunque subalterna, anche se emancipata, e ormai in ben più spedito cammino rispetto a fratelli, compagni e mariti.

Ma che succede quando madri, che orgogliosamente evocano il loro passato e la loro formazione femminista, contrastano apertamente la società patriarcale ed educano i loro figli maschi, secondo quei principi e convinzioni che hanno alimentato l’unica rivoluzione riuscita del Novecento?

Una risposta, positiva e che regala lampi di speranza per un futuro meno segnato dalla brutalità dell’uomo sulla donna, sta in “Madri (femministe) e figli (maschi)” (XL Edizioni), firmato da Patrizia Romito, professore di psicologia sociale all’Università di Trieste ed autrice di numerosi saggi su temi limitrofi e da Caterina Grego, già esponente di “Telefono rosa”.

L’indagine mette insieme testimonianze raccolte in Italia, Francia e Quebec di numerose protagoniste/i che hanno accettato di condividere con le autrici le loro esperienze. Ne emergono tenerezza, coraggio e impegno. E quei valori che le donne femministe hanno voluto e saputo trasmettere, secondo quel credo che “il personale è politico”, di antica e mai dismessa memoria. E, soprattutto, sono i figli a raccontare che, nel bilancio tra quanto hanno assorbito da madri tanto determinate e quanto, invece, hanno rifiutato, vince di gran lunga l’aspetto positivo dell’educazione ricevuta.

Da tempo si parla di uomini in profonda crisi d’identità, provocata dal rapido e profondo percorso di emancipazione compiuto dalle donne. E di quanto il genere maschile (per fortuna non tutto) rifiuti quasi sempre perfino di ammettere quanti soprusi e quanta violenza può produrre la frustrazione derivante dalla perdita del ruolo dominante. Una rimozione che impedisce di considerare la possibilità di ridefinire la propria identità. Passaggio indispensabile per raggiungere una nuova armonia con l’altro sesso. Risulta dunque prezioso il contenuto di questo libro che ha al centro esperienze di donne che hanno educato i loro figli maschi seguendo semplici, ma preziosi principi: la giustizia, il rispetto per l’altro, la libertà, la parità tra i sessi, la non violenza.

Patrizia Romito, che cosa riceve (in più) un figlio maschio da una madre femminista?
“Innanzitutto l’immagine di una donna che si rispetta e rispetta le altre donne, che ha un progetto e uno scopo che trascendono il quotidiano, e che vuole un mondo più giusto, per le donne e per gli uomini. Molti tra i giovani uomini intervistati dicono che avere una madre femminista ha permesso loro di capire meglio le donne, di aver fiducia in loro e li ha condotti a scegliere delle compagne forti e indipendenti, anche se alcuni si lamentano, scherzosamente, di aver perso nell’adolescenza qualche ‘buona occasione’, essendo incapaci di quell”abbordaggio gagliardo’ praticato dai loro compagni. La maggior parte di loro sa riconoscere la discriminazione contro le donne, il sessismo e la misoginia e li trova inaccettabili. Francesco e Félix, figli di donne che hanno fondato un Centro anti-violenza, in Italia e nel Québec, sono consapevoli dalla violenza maschile sulle donne e fieri dell’impegno e delle azioni delle loro madri: per Francesco quindicenne la mamma, per questo motivo, è un ‘eroe’! Dice Fèlix: ‘La mia educazione mi ha reso più sensibile alla violenza contro le donne … grazie a lei avrò rapporti più ugualitari, più armoniosi con la mia compagna’. Alcune delle donne intervistate raccontano di aver sentito a volte la preoccupazione di rendere il figlio troppo diverso dai modelli ‘machisti’ dominanti, ma è una preoccupazione che trova scarso riscontro nelle interviste dei figli. Anzi, come dice Carlo: ‘Mia madre mi ha dato più di quanto non creda’”.

La cronaca  ci mostra come dietro un uomo violento, spesso ci sia ancora una madre complice..
“Dietro a un uomo, a un ragazzo violento c’è, ancora più spesso, un padre violento, nei confronti dei figli o della moglie! C’è insomma un bambino che ha ‘imparato’ la violenza, prendendo il padre come modello… Detto questo, bisogna riconoscere che molte madri solidarizzano con i figli quando questi esprimono comportamenti machisti o addirittura violenti: in questo, le madri non fanno che rispecchiare i pregiudizi sessisti e misogini condivisi da larga parte della società. Basti ricordare il caso della ragazzina stuprata dai coetanei a Montalto di Castro: l’intera comunità (incluse le madri degli stupratori e il sindaco) hanno minimizzato il fatto (‘una ragazzata’) e si è schierata contro la vittima. Non c’è ragione di aspettarsi che le madri, in quanto tali, siano migliori del resto della società, o abbiano una visione meno improntata dai pregiudizi. Possiamo aspettarci invece che donne e uomini femministi, vedano le cose in maniera diversa. Una delle intervistate, Caroline, per esempio, racconta che figlio ha vissuto una delusione amorosa quando una ragazza lo ha lasciato. E dice: ‘L’ho invitato a vivere il suo dolore, ricordandogli però che non aveva alcun diritto di fare pressioni su questa ragazza, di tormentarla o di denigrarla’”.

Un consiglio a “tutte” le madri per far crescere “nuovi” maschi?
“Non ce la sentiamo di dare consigli! Ci piace citare però cosa dicono le donne che abbiamo intervistato. Annick, in un periodo difficile di suo figlio, continua ‘instancabilmente a parlargli, non perdevo un’occasione per spiegargli come il machismo chiude uomini e donne in categorie arbitrarie’. Marie-Rose, che vive in campagna, si impegna per non fare dei suoi figli dei ‘galletti irresponsabili’ e insiste con loro, a volte tra lo stupore degli astanti, sulla responsabilità dell’uomo nel concepimento e la necessità dell’accordo profondo della donna in una relazione sessuale. Tutte le donne, inoltre, manifestano ai figli, con parole e azioni, la necessità di essere autonomi nelle cure a sé stessi e nella casa, e di sapersi far carico di tutti i lavori domestici. I figli di Marie-Rose, a partire dalle elementari, preparano a volte il pranzo e accolgono mamma e papà con il menu stampato: ‘Non si aspettavano che la mamma (ovvero una donna) li servisse e fosse a loro intera disposizione’. E’ in questo sostenuta dal marito, secondo cui i lavori domestici possono essere fatti da tutti e due, e tutti richiedono riflessione e tecnica. E Florence insegna a figlie e figlio, allo stesso modo, secondo l’età ad assumere i lavori di casa. Ogni compito è un diritto e quindi una promozione lusinghiera: così Renaud è immensamente fiero quando, a tre anni, può sparecchiare la tavola! D’altra parte Anne, quando realizza con orrore che il figlio adolescente si aspetta che la mamma sia ‘al suo servizio’, mette in atto con determinazione strategie come lasciare i piatti sporchi nella sua stanza e rifiutarsi di fargli da mangiare a ‘domanda’. Insomma, volersi bene, rispettarsi e non considerare l’uomo  –  marito, figlio – come un re!”.

Patrizia Romito e Caterina Grego
Madri (femministe) e figli (maschi)

Che tipo di pubblicità fa più male alle donne?

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Un’iniziativa sicuramente interessante che, con qualche anno di ritardo, recepisce una risoluzione dell’Unione Europea del 2008. Quanti anni serviranno perchè si concretizzi?

TRATTO DA IL CORRIERE DELLA SERA.IT

Il Comune di Milano ha aderito alla campagna “Città libere dalla pubblicità offensiva” promossa dall’Unione Donne in Italia (Udi) a favore della moratoria delle pubblicità lesive della dignità della donna. La campagna prende impulso dal Parlamento europeo che, tramite la risoluzione n. 2038 del 3 settembre 2008, ha evidenziato come la pubblicità contribuisca ad alimentare e a consolidare gli stereotipi di genere, determinando un impatto negativo sulla parità tra i sessi e come la percezione del corpo femminile in quanto oggetto da “possedere” possa incentivare i comportamenti violenti.  Campagna giusta, giustissima. Anche se mi chiedo: chi decide cosa è sessista e cosa no?

La pubblicità di Coppertone della nostra infanzia era sessista?Il culo dei  Jesus Jeans anni Settanta (“chi mi ama mi segua”, s’inventò l’accoppiata Oliviero Toscani ed Emanuele Pirella) era offensivo o “liberatorio” per noi donne? E la mutanda Roberta indossata da una giovanissima Hunzinker cos’era? Vi dà più fastidio la donna felice di far sempre le pulizie negli spot o quella vestita solo da un profumo?

Lo abbiamo chiesto a  Francesca Zajczyk, delegata del Sindaco Pisapia alle Pari Opportunità, che ha definito l’adesione alla campagna come “un traguardo importante”, spiegando  che «il Comune di Milano s’impegna ora a chiedere agli organi di Governo nazionale e regionale l’attuazione della risoluzione comunitaria, che indica come inammissibile il modello pubblicitario lesivo verso il genere femminile. Inoltre, l’Amministrazione comunale continuerà ad impegnarsi affinché la comunicazione istituzionale, la valutazione delle proposte di patrocinio e, più in generale, tutte le iniziative che coinvolgono il Comune siano sempre ispirate ai criteri di rispetto delle Pari Opportunità tra donne e uomini e di corretta rappresentazione dell’identità di genere, lontano da stereotipi avvilenti per la dignità delle donne».

Resta da definire cosa sia davvero “lesivo” della dignità femminile e cosa sia uno “stereotipo avvilente”. Impresa tutt’altro che facile, ammette la Zajczyk. «Io stessa non ho una posizione certa», confessa. «E’ evidente che esistono diverse gradazioni di stereotipo. Può essere una riproposizione dello stereotipo culturale in termini di rapporti e di ruoli fra uomo e donna: banalmente, basti pensare alle pubblicità dei prodotti di pulizia che mostrano sempre l’immagine di una donna felice e sorridente con lo spazzolone in mano. Ancora più grave quando il messaggio è veicolato da immagini che subdolamente riproducono l’idea di una figura femminile subordinata all’uomo».

«Ricordo , ad esempio, l’immagine di una ragazza a quattro zampe e un uomo accanto, in piedi. Al di là del sedere femminile per aria, l’immagine era culturalmente pericolosa proprio perchè ritraeva l’uomo in una posizione dominante. Il problema non era il nudo in sè».

Insomma, la pubblicità può essere altamente “lesiva” anche se la donna è vestita e viceversa non è  detto che una pubblicità in cui compare un nudo sia necessariamente offensiva. «Nessuno ha mai pensato di mettere in discussione una statua greca o romana, epoca in cui il nudo di donna veniva utilizzato moltissimo, in modo anche brutale», prosegue la sociologa dell’Università di Milano-Bicocca. «Se noi ci mettiamo a contestare ogni nudo di donna, il rischio è di diventare semplicemente dei “bacchettoni”. Il tema non è di per sè il nudo ma quale messaggio il nudo o comunque la figura della donna veicolano rispetto alla relazione uomo-donna».

Altro punto dolente. Chi stabilisce cosa è lesivo della dignità femminile? Al momento esiste solo lo Iap, Istituto dell’Autodisciplina pubblicitaria, le cui decisioni sono vincolanti per tutte le organizzazioni operanti nel settore.

E’ un’agenzia privata, anche se riconosciuta a livello istituzionale, che ha partecipato ad una commissione istituita dal ministero delle Pari Opportunità per redigere un regolamento su questo tema e che da qualche mese partecipa anche al gruppo di lavoro che si è costituito in seno all’Amministrazione comunale di Milano: «Che ci piaccia o no, attualmente sono gli unici che rispondono alle denunce (riguardo casi di pubblicità non onesta, veritiera e corretta, ndr) sottoponendo la questione a un giurì: se esso stabilisce che l’accusa è fondata e dunque la comunicazione commerciale è contraria al Codice Iap, ordina agli interessati di desistere immediatamente dalla sua diffusione».

Tra le critiche mosse  all’attività  dello Iap è che si tratta di un ente privato, quindi sensibile alle forze del mercato, e che ha tempi di risposta troppo lunghi. La materia è sicuramente complicata e merita un’attenzione continua, per cercare di sensibilizzare non soltanto le agenzie pubblicitarie ma anche le aziende che commissionano lo spot o la campagna. «Stimolandole, forse, diventeranno anche loro più “politically correct” nei confronti delle donne».

La bici fa male al sesso delle donne

Anche la vagina ha le sue preferenze e, in fatto di sport, non ama il ciclismo. Leggete i risultati di uno studio effettuato su 48 donne messe alla prova “bicicletta”.

Tratto da Panorama.it

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La notizia non farà piacere alle donne cicliste e neppure a chi ama pedalare anche solo per qualche gita fuori porta: la bicicletta e il ciclismo fanno male al sesso delle donne. A dirlo sono gli esiti di diversi studi condotti su alcune donne che praticano ciclismo, che avrebbero portato a confermare che questo sport riduce (e di molto) il piacere sessuale femminile.

Già nel 2006 alcuni ricercatori avevano condotto una ricerca che dimostrava come le cicliste donne provassero meno piacere rispetto alle “colleghe” sportive che si dedicavano soltanto alla corsa a piedi. Ora, però, uno studio pubblicato su The Journal of Sexual Medicine, condotto da studiosi dell’università di Yale, negli Stati Uniti, ha confermato la tesi. Un gruppo di 48 donne, che percorrevano almeno 10 miglia di bicicletta alla settimana (almeno 16 km), ha portato la propria bici in laboratorio, dove è stata posizionata su una pedana, come una sorta di cyclette, e sul sellino di ciascuna è stato posizionato un dispositivo in grado di misurare le sensazioni della zona pelvica delle donne.

A ciascuna delle volontarie è stato poi chiesto di pedalare, riferendo che tipo di sensazioni provavano durante il movimento, dall’indolenzimento, all’intorpidimento fino al formicolio (tutti termini piuttosto stravaganti per indicare la reazione del fisico a questo tipo di pratica sportiva). Il risultato, come riferito dal Daily Mail , ha mostrato come le donne che si dedicano al ciclismo abbiano una minore sensibilità ai genitali, soprattutto in relazione alla posizione del manubrio rispetto a quella del sellino. Il fatto di avere il manubrio più in basso, infatti, porterebbe ad esercitare una pressione molto forte sul perineo, tra vagina e ano, e questo causerebbe una diminuzione della sensibilità nella zona pelvica, con conseguenze negative per il sesso. Tutto ciò sarebbe dovuto principalmente al fatto di avere il manubrio ad un’altezza inferiore rispetto al sellino.

Secondo la dottoressa Marsha K. Guess, che ha coordinato lo studio, proprio la classica posizione dei ciclisti professionisti spinge a piegarsi in avanti, costringendo il perineo a caricarsi di un peso maggiore. Se così fosse, basterebbe invertire le relative altezze, abbassando la sella e alzando il manubrio. Operazione che però si presta soprattutto per le passeggiate, ma risulta meno adatta per coloro che praticano lo sport del ciclismo in modo più intenso.

Si tratta di una novità assoluta per il “gentil sesso”, mentre studi analoghi sugli effetti negativi del ciclismo sul sesso erano stati condotti in passato anche sugli uomini. Diverse ricerche hanno infatti dimostrato una correlazione tra il ciclismo e la disfunzione erettile maschile. D’altro canto, proprio uno dei ricercatori più noti in questo settore, Steven M. Schrader, già tempo fa affermava chiaramente che i sellini delle biciclette “non piacciono alla vagina“.