Archivi categoria: Senza categoria

Le donne guadagnano di meno perché sono più pigre degli uomini?

Fortunatamente possiamo dire che qualche politico decerebrato ce l’hanno anche all’estero. Mal comune mezzo gaudio!!! Eccolo qui il genio. La notizia è tratta da Il sole 24 oreInfantine_Will-guinta-e1351887954156-298x300

Le donne lavorano meno, per questo guadagnano meno. Il repubblicano Will Infantine liquida così la questione del gender pay gap sottolineato dal presidente Obama (le donne guadagnano negli Usa 77 centesimi ogni dollaro guadagnato d aun uomo). Il politico non ha espresso la propria opinione al bar o nel corso di una cena privata, ma durante il dibattito in aula per l’approvazione del  “Paycheck Equity Act” nello stato del New Hampshire.

 

Le donne, secondo Infantine, lavorano meno duramente degli uomini, si assumono meno rischi e sono “meno motivate dal denaro”. Gli uomini “non si fanno problemi a lavorare di notte e nei week end. Non hanno problemi a lavorare oltre l’orario o a farlo fuori sotto gli elementi atmosferici” ha dichiarato il lawmaker del New Hampshire. Naturalmente qualche collega ha reagito con veemenza a tali affermazioni, ma Infantine ha semplicemente risposto: “It’s not me!” e ha snocciolato qualche numero del Bureau of Labor Statistics: “Gli uomini lavorano cinque o sei ore in più delle donne. Se poi parliamo di liberi professionisti…le donne fanno la metà rispetto a quanto fanno gli uomini grazie alla flessibilità del lavoro, perché gli uomini sono più motivati dal denaro” e ha consluso “Guys! I’m not making this stuff up!”

Nonostante le argomentazioi di Infantine la New Hampshire House ha approvato in via preliminare con 187 voti favorevoli contro 134 contrari il Paycheck Equity Act, una proposta di legge che ha come obiettivo l’eliminazione della discriminazione basata sul genere in tema di retribuzione. Ora la proposta sarà rivista dalla House Criminal Justice and Public Safety Committee prima di ritornare per il voto finale alla New Hampshire House.

La misura fa parte di una riforma ben più ampia a livello nazionale lanciata dal presidente Barak Obama, che in occasione del National Equal Pay Day ha firmato il Fair Pay Act.

Donne incinte e smog: ancora uno studio sui rischi dell’esposizione

Certi studi sono sicuramente interessanti e utili solo che, come in questo caso, dopo aver letto le conclusioni ci chiediamo: cosa possono fare le donne incinte? Sigillarsi in casa? Questo l’articolo tratto da Ecodallecittè.it

Donne incinte e smog: ancora uno studio sui rischi dell'esposizione

Se si vive in aree di forte smog, respirare potrebbe essere tossico quanto fumare per una donna incinta, aumentando le probabilità di sviluppare malattie ipertensive. A sostenerlo, i ricercatori dell’Università della Florida. Lo studio e alcune considerazioni

Gli studi sullo smog e le sue conseguenze sulla salute si rincorrono ormai a ritmi frenetici. Non passa settimana senza che i giornali parlino di una nuova ricerca, dai risultati tendenzialmente catastrofici. Il problema è che spesso l’allarme è fondato. Ma questa volta?

In questo caso l’università in questione è quella della Florida, e l’articolo pubblicato dai ricercatori riguarda uno studio sulla correlazione fra esposizione ad alti livelli di inquinanti e possibilità di contrarre malattie durante la gravidanza. 

Al centro dell’analisi, monossido di carbonio e biossido di zolfo, responsabili di un considerevole aumento del rischio di sviluppare aumenti improvviso della pressione sanguigna, come nel caso della preclampsia, patologia che può presentarsi dopo la ventesima settimana e che, se non adeguatamente monitorata, può portare a conseguenze molto gravi: distacco della placenta, insufficienza renale acuta, edema polmonare, emorragia cerebrale e convulsioni.

Lo studio è stato condotto su oltre ventimila donne, seguite durante l’intero periodo della gravidanza, e i dati sono stati messi a confronto con i livelli di inquinanti registrati dall’EPA nello stesso periodo. Dai dati emersi, è risultato che il 4,7% del campione aveva sviluppato una qualche malattia ipertensiva durante la gravidanza,attribuibile all’esposizione agli inquinanti atmosferici durante i primi sei mesi di gravidanza. 

Sono dati da tenere in considerazione, come è logico. Se gli inquinanti sono dannosi per la salute in qualunque essere umano, a maggior ragione lo sono per le donne in gravidanza, una fase della vita in cui andrebbero limitati al massimo gli agenti esterni dannosi per l’organismo. Ma nel caso della preeclampsia è bene ricordare che ne soffre in media l’1% della popolazione in Italia, mentre negli Stati Uniti il valore sale al 5%, come confermato dallo studio, e indipendentemente da quali siano le cause. 

Donne e tumore al seno. Giovani, vitali e sole!

 

Un’indagine per approfondire lo stato d’animo delle donne colpite da tumore al seno: articolo apparso su Libero

Immagine

Le donne colpite da tumore al seno metastatico lottano con coraggio contro la malattia, ma sentono il bisogno di non essere sole nella battaglia

Un trattamento specifico per le metastasi ossee è ritenuto necessario e fondamentale per rallentare l’evoluzione della malattia. L’indagine è curata da GfK Eurisko per Europa Donna Italia

Isa Cecchini, direttore del dipartimento GfK Eurisko Healthcare, che ha condotto l’indagine, a cui hanno aderito 84 donne affette da carcinoma metastatico al seno, non ha dubbi: “Il tumore viene descritto da molte come un mostro, una bestia, crudele, indomabile, inarrestabile. Una presenza scomoda, inaspettata e subdola. Ma le donne non si lasciano sopraffare dalla malattia, non si arrendono. Si sentono, anzi, impegnate in una lotta per la vita: uno scontro in cui si sentono parte attiva, protagoniste del proprio destino”. Coinvolgere queste donne, chiedendo loro di mettere a nudo le proprie fragilità, anche su aspetti intimi e delicati come quelli della sfera affettiva e sessuale, non è stato facile. “Partendo dalla mia esperienza di paziente con tumore al seno dall’età di 18 anni e di membro del Consiglio Direttivo di Europa Donna, ho ideato questa ricerca e ho partecipato in prima persona alla prima stesura del questionario e al reclutamento delle intervistate, al fianco di Eurisko, per garantire un’attenzione, una sensibilità ed una cura ancora maggiori nell’approccio alle donne che hanno accettato di partecipare – racconta Francesca Balena, paziente e Consigliere Europa Donna Italia – Superate alcune ritrosie iniziali, le donne intervistate sono state estremamente disponibili ad aprirsi e raccontarsi. E questo ci ha consentito, non solo di raccogliere dati importanti sui loro bisogni da portare all’attenzione degli operatori sanitari, dell’opinione pubblica e delle Istituzioni, ma ha anche offerto loro un’opportunità importante di confronto reciproco e condivisione, che si è rivelato prezioso per sentirsi meno sole, unite dalle stesse difficoltà e dalla stessa determinazione a combattere contro la malattia”.

I principali bisogni segnalati dalle intervistate sotto il profilo terapeutico sono soprattutto legati ad una migliore gestione degli effetti collaterali, che include in ordine di importanza le seguenti esigenze: riuscire a prevenire il più possibile questi effetti collaterali (ritenuto molto importante dall’80% del campione), poterli gestire con farmaci specifici (molto importante per il 73%), avere accesso a farmaci gratuiti, potersi, infine, rivolgere allo specialista nei momenti di bisogno (molto importante per il 76% delle donne). Per tutte le intervistate, la comparsa delle metastasi ossee ha segnato drammaticamente la ripresa della malattia, determinando un forte impatto emotivo: 8 donne su 10 si sono sentite preoccupate e in ansia, mentre circa la metà si è sentita depressa, impossibilitata a svolgere le normali attività quotidiane ed ha avuto problemi di sonno.  Ed è proprio contro le metastasi che si vuole combattere, per arrestare o stabilizzare il progredire della malattia e poter vivere con speranza la propria quotidianità. “Disporre di un trattamento specifico per le metastasi ossee è ritenuto importante dall’intero campione delle intervistate, che lo reputano fondamentale per poter rallentare l’evoluzione della malattia e sostenere la speranza.” – continua Isa Cecchini. Secondo Lucia Del Mastro, oncologa dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova “A partire dagli anni ’90, sono disponibili trattamenti con farmaci specifici per le metastasi osse (difosfonati). Recentemente, sono stati resi noti i risultati ottenuti con un nuovo farmaco, il denosumab, un anticorpo monoclonale che, rispetto ai difosfonati, riduce ulteriormente l’incidenza delle complicanze scheletriche e ne ritarda la comparsa. Il tempo mediano che intercorre tra la diagnosi di metastasi ossee e lo sviluppo di complicanze scheletriche è passato da circa 11 mesi in assenza di terapie specifiche a circa 26 mesi con l’utilizzo del difosfonato, ad oltre 32 mesi con denosumab”. (LARA LUCIANO)

Pakistan, tre donne uccise perché ballano sotto la pioggia

Che tristezza! Leggete cosa è accaduto a queste donne in Pakistan. La notizia è tratta da Rainews24.it
20130702 foto da video ragazzine uccise da fratello ballavano sotto pioggia_280xFree
In Pakistan, ballare sotto la pioggia e soprattutto farsi filmare, può costarti la vita, se sei una donna. Due ragazzine e la loro madre sono state uccise nel nord del Pakistan a causa di un filmato ripreso con un cellulare che le mostrava ballare sotto la pioggia nel prato di casa. Lo riferisce il quotidiano The Dawn. I fatti si sono verificati domenica sera a Chilas, una cittadina della provincia himalayana di Gilgit-Baltistan, sull’ autostrada del Karakoram diretta in Cina.

Secondo la polizia locale, cinque uomini armati a viso coperto si sono presentati a casa delle due sorelle di 15 e 16 anni e le hanno uccise brutalmente con una raffica di proiettili insieme alla loro madre. Erano figlie di un ex poliziotto in pensione di nome Rehmat Nabi.

Gli investigatori ritengono che si sia trattato di una ”punizione” per un video in cui si vede le due adolescenti inscenare un ballo gioioso sotto la pioggia come avviene non di rado in numerosi film indiani di Bollywood.

I killer sono un altro figlio della donna di nome Khutore e quattro suoi amici. Questi ultimi hanno confessato il crimine e sono stati arrestati, mentre Khutore è riuscito a scappare prima dell’arrivo della polizia.
Sembra che l’innocente filmato, realizzato ben sei mesi fa da un parente e poi fatto circolare sui cellulari, fosse stato bollato come ”un disonore” per la famiglia.

“Spezziamo la catena: il nostro no alla violenza” da Gragnano (NA)

Il Centro Giovani S.Caterina di Gragnano (Na) ci informa che ha promosso un’iniziativa di sensibilizzazione sul tema della violenza contro la donna. Il progetto prende il nome di “Spezziamo la catena:il nostro no alla violenza” e si divide in due parti.

La prima parte consiste in un video in cui ogni partecipante ha espresso con una frase il suo no alla violenza.

La seconda parte del progetto prevede l’allestimento di una mostra d’arte collettiva presso la Scuola Scuola Secondaria di primo grado ”Renato Fucini”. In particolar modo sarà esposta un’ installazione artistica.

Un’opera d’arte che affronti il tema della violenza sulla donna e su cui gli alunni siano liberi di scrivere i propri pensieri ,ovviamente questo ha previsto il coinvolgimento dei docenti.
Intento del progetto quello di sensibilizzare l’opinione dei giovani studenti,  un investimento non occasionale ma continuativo di risorse materiali e di energie umane in attività di promozione culturale. Occorre promuovere una cultura del rispetto che permetta la tutela delle donne vittime di violenza e discriminazioni.
La mostra sarà aperta il giorno 29 aprile.

Un piccolo progetto ma un grande rifiuto della violenza e delle discriminazioni, utilizzando come unica “arma” la cultura l’unica capace di creare gli anticorpi per combattere questo virus.

Questo è il link che permette di visualizzare il video realizzato.
http://www.youtube.com/watch?v=V4Axg6uRcGY
Ringraziamo Marianna Esposito – Presidente del Centro Giovani S.Caterina,Gragnano che ci ha fornito dettagli su questa iniziativa.

Un’educazione femminista fa migliori i figli maschi

Un’indagine molto interessante dalla quale trarre utili spunti di riflessione. Tratta dalla rubrica Passaparola di Silvana Mazzocchi su Repubblica.it

Immagine

Se è vero che, dietro un uomo violento, c’è spesso un padre almeno brutale, è altrettanto assodato che sono ancora troppe le madri complici, giustificanti, o semplicemente non consapevoli dei danni prodotti dal modello arcaico duro a morire che considera il maschio (sebbene in crisi), un inamovibile “re” e la femmina una creatura destinata a rimanere comunque subalterna, anche se emancipata, e ormai in ben più spedito cammino rispetto a fratelli, compagni e mariti.

Ma che succede quando madri, che orgogliosamente evocano il loro passato e la loro formazione femminista, contrastano apertamente la società patriarcale ed educano i loro figli maschi, secondo quei principi e convinzioni che hanno alimentato l’unica rivoluzione riuscita del Novecento?

Una risposta, positiva e che regala lampi di speranza per un futuro meno segnato dalla brutalità dell’uomo sulla donna, sta in “Madri (femministe) e figli (maschi)” (XL Edizioni), firmato da Patrizia Romito, professore di psicologia sociale all’Università di Trieste ed autrice di numerosi saggi su temi limitrofi e da Caterina Grego, già esponente di “Telefono rosa”.

L’indagine mette insieme testimonianze raccolte in Italia, Francia e Quebec di numerose protagoniste/i che hanno accettato di condividere con le autrici le loro esperienze. Ne emergono tenerezza, coraggio e impegno. E quei valori che le donne femministe hanno voluto e saputo trasmettere, secondo quel credo che “il personale è politico”, di antica e mai dismessa memoria. E, soprattutto, sono i figli a raccontare che, nel bilancio tra quanto hanno assorbito da madri tanto determinate e quanto, invece, hanno rifiutato, vince di gran lunga l’aspetto positivo dell’educazione ricevuta.

Da tempo si parla di uomini in profonda crisi d’identità, provocata dal rapido e profondo percorso di emancipazione compiuto dalle donne. E di quanto il genere maschile (per fortuna non tutto) rifiuti quasi sempre perfino di ammettere quanti soprusi e quanta violenza può produrre la frustrazione derivante dalla perdita del ruolo dominante. Una rimozione che impedisce di considerare la possibilità di ridefinire la propria identità. Passaggio indispensabile per raggiungere una nuova armonia con l’altro sesso. Risulta dunque prezioso il contenuto di questo libro che ha al centro esperienze di donne che hanno educato i loro figli maschi seguendo semplici, ma preziosi principi: la giustizia, il rispetto per l’altro, la libertà, la parità tra i sessi, la non violenza.

Patrizia Romito, che cosa riceve (in più) un figlio maschio da una madre femminista?
“Innanzitutto l’immagine di una donna che si rispetta e rispetta le altre donne, che ha un progetto e uno scopo che trascendono il quotidiano, e che vuole un mondo più giusto, per le donne e per gli uomini. Molti tra i giovani uomini intervistati dicono che avere una madre femminista ha permesso loro di capire meglio le donne, di aver fiducia in loro e li ha condotti a scegliere delle compagne forti e indipendenti, anche se alcuni si lamentano, scherzosamente, di aver perso nell’adolescenza qualche ‘buona occasione’, essendo incapaci di quell”abbordaggio gagliardo’ praticato dai loro compagni. La maggior parte di loro sa riconoscere la discriminazione contro le donne, il sessismo e la misoginia e li trova inaccettabili. Francesco e Félix, figli di donne che hanno fondato un Centro anti-violenza, in Italia e nel Québec, sono consapevoli dalla violenza maschile sulle donne e fieri dell’impegno e delle azioni delle loro madri: per Francesco quindicenne la mamma, per questo motivo, è un ‘eroe’! Dice Fèlix: ‘La mia educazione mi ha reso più sensibile alla violenza contro le donne … grazie a lei avrò rapporti più ugualitari, più armoniosi con la mia compagna’. Alcune delle donne intervistate raccontano di aver sentito a volte la preoccupazione di rendere il figlio troppo diverso dai modelli ‘machisti’ dominanti, ma è una preoccupazione che trova scarso riscontro nelle interviste dei figli. Anzi, come dice Carlo: ‘Mia madre mi ha dato più di quanto non creda’”.

La cronaca  ci mostra come dietro un uomo violento, spesso ci sia ancora una madre complice..
“Dietro a un uomo, a un ragazzo violento c’è, ancora più spesso, un padre violento, nei confronti dei figli o della moglie! C’è insomma un bambino che ha ‘imparato’ la violenza, prendendo il padre come modello… Detto questo, bisogna riconoscere che molte madri solidarizzano con i figli quando questi esprimono comportamenti machisti o addirittura violenti: in questo, le madri non fanno che rispecchiare i pregiudizi sessisti e misogini condivisi da larga parte della società. Basti ricordare il caso della ragazzina stuprata dai coetanei a Montalto di Castro: l’intera comunità (incluse le madri degli stupratori e il sindaco) hanno minimizzato il fatto (‘una ragazzata’) e si è schierata contro la vittima. Non c’è ragione di aspettarsi che le madri, in quanto tali, siano migliori del resto della società, o abbiano una visione meno improntata dai pregiudizi. Possiamo aspettarci invece che donne e uomini femministi, vedano le cose in maniera diversa. Una delle intervistate, Caroline, per esempio, racconta che figlio ha vissuto una delusione amorosa quando una ragazza lo ha lasciato. E dice: ‘L’ho invitato a vivere il suo dolore, ricordandogli però che non aveva alcun diritto di fare pressioni su questa ragazza, di tormentarla o di denigrarla’”.

Un consiglio a “tutte” le madri per far crescere “nuovi” maschi?
“Non ce la sentiamo di dare consigli! Ci piace citare però cosa dicono le donne che abbiamo intervistato. Annick, in un periodo difficile di suo figlio, continua ‘instancabilmente a parlargli, non perdevo un’occasione per spiegargli come il machismo chiude uomini e donne in categorie arbitrarie’. Marie-Rose, che vive in campagna, si impegna per non fare dei suoi figli dei ‘galletti irresponsabili’ e insiste con loro, a volte tra lo stupore degli astanti, sulla responsabilità dell’uomo nel concepimento e la necessità dell’accordo profondo della donna in una relazione sessuale. Tutte le donne, inoltre, manifestano ai figli, con parole e azioni, la necessità di essere autonomi nelle cure a sé stessi e nella casa, e di sapersi far carico di tutti i lavori domestici. I figli di Marie-Rose, a partire dalle elementari, preparano a volte il pranzo e accolgono mamma e papà con il menu stampato: ‘Non si aspettavano che la mamma (ovvero una donna) li servisse e fosse a loro intera disposizione’. E’ in questo sostenuta dal marito, secondo cui i lavori domestici possono essere fatti da tutti e due, e tutti richiedono riflessione e tecnica. E Florence insegna a figlie e figlio, allo stesso modo, secondo l’età ad assumere i lavori di casa. Ogni compito è un diritto e quindi una promozione lusinghiera: così Renaud è immensamente fiero quando, a tre anni, può sparecchiare la tavola! D’altra parte Anne, quando realizza con orrore che il figlio adolescente si aspetta che la mamma sia ‘al suo servizio’, mette in atto con determinazione strategie come lasciare i piatti sporchi nella sua stanza e rifiutarsi di fargli da mangiare a ‘domanda’. Insomma, volersi bene, rispettarsi e non considerare l’uomo  –  marito, figlio – come un re!”.

Patrizia Romito e Caterina Grego
Madri (femministe) e figli (maschi)

Grande conquista per le donne dell’Arabia Saudita: finalmente….possono andare in bicicletta!

Immagine

Forse non è corretto giudicare altri costumi e modi di vivere ma notizie come questa vanno al di là di ogni comprensione, almeno per noi.

Tratto da Ansamed

 Si’ alle donne saudite in bici. Anche se in zone limitate. Secondo quanto riferisce il quotidiano saudita al-Yaum, l’autorita’ religiosa saudita ha annunciato che le donne potranno andare in bici nei parchi e nelle zone ricreative. Ma a due condizioni: che siano accompagnate da un parente e che indossino l’abaya (la tradizionale veste nera che copre le donne dalla testa ai piedi).     ”Le donne sono libere di andare in bici nei parchi, sul lungomare e in altre aree a condizione che indossino abiti modesti e che sia presente un guardiano in caso di cadute o incidenti”, riferisce il quotidiano che cita una fonte della commissione per la Promozione della virtu’ e la Prevenzione del vizio. La stessa commissione ha ribadito di non aver mai vietato alle donne straniere di circolare in bici. Tuttavia, il permesso concesso alle saudite si limita solo a ”scopo di divertimento”: cioe’ la bici non dovra’ essere usata come un mezzo di trasporto.     Inoltre, l’autorita’ religiosa consiglia alle donne che vanno in bici di tenersi alla larga dalle zone con manifestazioni giovanili per evitare il confronto con gruppi di protesta.

L’annuncio dell’autorita’ religiosa sul permesso di andare in bici giunge dopo il successo internazionale del film saudita ‘La bicicletta verde’ (Wajda), scritto e diretto dalla regista saudita Haifaa al-Mansour che racconta la storia di una bambina di 11 anni di Riad determinata a perseguire il sogno di avere una bici, vietata dalla societa’ fortemente conservatrice e tradizionale.

“Donne, non sprecate la vita a lavorare”.

Il detto dice “il lavoro nobilita l’uomo”: e la donna? Battute a parte, leggete l’appello di una ex manager, un tempo tra le donne più potenti del mondo. Tratto da il Corriere.it

Image

Le sue parole hanno fatto molto scalpore negli Stati Uniti perché non arrivano da uno dei tanti guru della decrescita o da qualche improvvisato politico new age, bensì da una ex top manager che fino a qualche anno fa era considerata una delle donne più potenti del mondo. Domenica scorsa sul New York Timesè comparso un articolo di Erin Callan, ex direttrice finanziaria di Lehman Brothers, nel quale la 47enne invita le donne a non sprecare tutte le proprie energie per la carriera lavorativa perchè non ne vale la pena e soprattutto non rende la vita migliore.

EQUILIBRIO TRA LAVORO E AFFETTI – Pubblicato con il titolo provocatorio “Is there life after Work?” (C’è una vita oltre il lavoro?), l’articolo è tutto incentrato sul rammarico della Callan per aver perso tanti anni della sua vita a lavorare senza sosta, mettendo in secondo piano gli affetti personali e le piccole gioie quotidiane: «Da quando ho lasciato il lavoro alla Lehman – scrive la donna sul New York Times – ho avuto tutto il tempo per riflettere sulle decisioni che ho preso di proporzionare il tempo dedicato al lavoro con il resto della mia vita. A volte incontro giovani ragazze che dicono di ammirarmi per quello che ho fatto. Ho lavorato duramente per 20 anni e ora posso passare i prossimi 20 anni a fare altre cose. Ma questo non è equilibrio. Non lo auguro a nessuno. Fino a poco tempo fa, pensavo che focalizzarmi sulla carriera fosse la cosa più importante per avere successo. Ma adesso sto cominciando a capire che ho sprecato il meglio della mia vita. Avevo talento, ero intelligente e piena di energia. Non avrei dovuto essere così estrema».

LA CARRIERA – Assunta nel 1995 da Lehman Brothers come consulente fiscale, la Callan ha fatto una rapida carriera nella banca d’affari grazie alla sua esperienza in materia di tassazione dei titoli obbligazionari. L’importante carica di direttore finanziario, ottenuta il 1 dicembre del 2007, è durata appena sei mesi, ma il licenziamento ha permesso alla top manager di non partecipare in prima persona al crollo della potente banca d’affari (i media, però, l’hanno più volte accusata di essere complice della gestione poco trasparente della Lehman Brothers). Dopo una successiva e breve esperienza a Credit Suisse, la Callan ha deciso di tirare i remi in barca. Adesso vive in Florida, si è risposata con un suo amico del liceo che fa il pompiere e sta cercando di avere un figlio, nonostante l’età non sia più quella di una ragazzina. A differenza del passato, ha scelto una vita da reclusa tanto che i quotidiani l’hanno ribattezzata “La Greta Garbo della crisi finanziaria del 2008”: «La cosa più importante – continua la Callan nell’articolo – è che ho perso l’occasione di avere un figlio tutto mio. Oggi ho 47 anni e già sono parecchi anni che con mio marito cerchiamo di aver un bambino con la fecondazione in vitro. Stiamo ancora sperando». La Callan ricorda che per anni ha rinunciato a weekend con gli amici e i propri cari, ha pranzato e cenato tantissime volte davanti al computer e spesso ha passato i suoi compleanni in ufficio. I pochi giorni liberi li trascorreva a dormire, per ricaricare le batterie ed essere pronta per una nuova settimana di lavoro senza sosta: «Come tutte le persone – scrive – avevo relazioni, un marito, gli amici, i parenti, ma a causa del lavoro non ho dato a nessuno il meglio di me. Si sono dovuti accontentare delle briciole».

ATTACCO – L’articolo è stato considerato dalla stampa statunitense un chiaro attacco alle posizioni espresse recentemente da due delle donne in carriera più famose del momento Sheryl Sandberg, oggi numero due di Facebook e Marissa Mayer, Ceo di Yahoo. La prima ha pubblicato proprio in questi giorni “Lean in, Women, Work and the Will to Lead” (in italiano tradotto con il titolo “Facciamoci Avanti”) in cui la top manager spiega perché le donne non raggiungano sul lavoro gli stessi traguardi degli uomini e incita i membri del gentil sesso a lavorare di più e a combattere assieme per conquistare posizioni migliori nel mercato del lavoro americano. La seconda, invece, ha conquistato di recente le prime pagine dei giornali per aver deciso che dal prossimo giugno i suoi dipendenti che beneficiava della possibilità di lavorare da casa saranno costretti a tornare in ufficio. Una vera tragedia per le donne che hanno figli piccoli e non sanno a chi lasciarli. Lo scontro tra l’ex top manager più potente del mondo e le due odierne donne in carriera sta appassionando i media americani. E gli analisti già ci sono divisi tra gli apologeti del lavoro senza sosta e i fautori di una vita dedicata anche ai piaceri quotidiani. In questa interessante diatriba il commento più lucido sembra essere quello di Sheelah Kolhatkar che sulle pagine di Business Week ha tagliato corto: «Per molti secoli è sempre stato l’uomo a lavorare fino a morire. Forse è un perverso trionfo del femminismo che le donne si sentano libere facendo la stessa cosa».

8 marzo: giornata delle donne all’insegna di salute e prevenzione

Tratto da ANSA.ITImageLa Festa della donna 2013 sara’, anche, all’insegna della prevenzione e della difesa della salute. Si moltiplicano, infatti, in occasione del prossimo 8 marzo, le iniziative in tutta Italia dedicate al benessere femminile: dalle visite ginecologiche corredate da pap test a quelle per la tiroide, dalle consulenze endocrinologiche a quelle psicologiche, passando per il controllo dei nei, del colesterolo e della glicemia e la prevenzione dell’osteoporosi.

In molti casi e’ possibile effettuare questi esami a costo zero (o quasi) ed e’ sufficiente la prenotazione.

Ecco una ‘mappa’ dei principali appuntamenti dal Nord al Sud:

– VISITE SENOLOGICHE E MAMMOGRAFIE: a Milano l’Andos (Associazione nazionale donne operate al seno) ha messo in atto un’iniziativa in collaborazione con diverse strutture ospedaliere per visite senologiche gratuite dal 4 all’8 marzo. A Monza, l’Associazione Salute donna onlus in collaborazione con gli Istituti clinici Zucchi e il Cam (Centro analisi di Monza) organizza venerdi’ 8 marzo visite senologiche ed eventuali esami mammografici ed ecografici gratuiti. A Lecco, l’azienda ospedaliera della Provincia organizza in collaborazione con la Lilt presso il centro commerciale Le Meridiane il 5 e il 6 marzo visite senologiche (dalle 9.30 alle 12.30) e corsi di autopalpazione mammaria per ragazze dai 18 ai 25 anni. In provincia di Brescia, all’ospedale di Desenzano del Garda, l’8 marzo visite senologiche ed ecografia mammaria gratuita dalle 9 alle 13. A Viterbo, fino al 4 luglio, arriva in diverse zone della citta’ l’unita’ mobile di mammografia messa a disposizione dalla Ausl in collaborazione con l’amministrazione comunale.

– VISITE GINECOLOGHE E PAP TEST: all’Ospedale San Camillo di Roma un vero e proprio pacchetto prevenzione per donne dai 40 ai 60 anni, con mammografie, visite senologiche e ginecologiche, pap test e test dell’Hpv. A partire da oggi su prenotazione. La Anvolt (Associazione nazionale volontari lotta contro i tumori) organizza in 20 citta’ italiane dall’8 al 10 marzo visite ginecologiche (ma anche senologiche, pap test e ecografie) in cambio di un’offerta volontaria (per informazioni http://www.anvolt.org). L’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica) offre a Napoli l’8 marzo un Open Day di prevenzione, con visite ginecologiche, senologiche e pap test.

– VISITE TIROIDE E CONSULENZE ENDOCRINOLOGICHE: l’8 e il 9 marzo e il 15 e il 16 dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 presso il distretto Asl a Scandicci (Fi), in collaborazione con Fondazione Ant Italia Onlus, 120 visite gratuite alla tiroide da prenotare fino al 6 marzo. L’Aied di Napoli offre consulenze endrocrinologiche venerdi’ 8 marzo.

– OSTEOPOROSI: il gruppo Gvm care&research offre venerdi’ 8 marzo dalle 10 alle 19.30 screening gratuiti per l’osteoporosi in cinque regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia). Per informazioni http://www.gvmnet.it.

– CONSULENZE PSICOLOGICHE: ad offrirle e’ l’Aied di Napoli.

Ue, “le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo”

 

E nel caso di famiglia a carico, il lavoro di casa lo dimentichiamo??? Leggiamo la notizia tratta da Il Fatto Quotidiano

Donne e Lavoro

In Europa le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo. E’ quanto emerge da un rapporto presentato oggi dalla Commissione europea, alla vigilia della terza edizione della “Giornata europea per la parità retributiva“, che cade il 28 febbraio. Le ultime cifre rese note dalla Commissione parlano chiaro: il divario retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’Unione europea, è ancora del 16,2% (il dato è del 2010), in lieve calo rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti. In Italia il divario è molto meno accentuato: la differenza salariale è infatti del 5,3%.

“La giornata europea per la parità retributiva serve a ricordarci le disparità di condizioni retributive che ancor oggi le donne subiscono sul mercato del lavoro. Anche se negli ultimi anni il divario si è ridotto, non c’è da rallegrarsi – ha commentato la commissaria alla Giustizia, Viviane Reding – Le disparità continuano a essere considerevoli e il lieve livellamento cui assistiamo è in buona parte dovuto al fatto che gli uomini guadagnano di meno e non a un miglioramento delle condizioni salariali delle donne”

La tendenza al ribasso è riconducibile all’impatto della recessione economica che è stato più aspro nei settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria), nei quali i salari sono diminuiti in misura maggiore. Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile in generale ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne. Parallelamente, negli ultimi anni è salita la percentuale di uomini che lavorano part-time o a condizioni salariali meno favorevoli. In questo contesto, Bruxelles si è impegnata sostenere i datori di lavoro impegnati a ridurre il gap retributivo di genere: il progetto “Equality pays off” (“L’uguaglianza paga”) intende sensibilizzare le imprese ai vantaggi economici che possono venire dall’uguaglianza e dalla parità di retribuzione tra i sessi. Dati i cambiamenti demografici e la crescente carenza di manodopera specializzata, l’iniziativa intende agevolare l’accesso delle imprese al potenziale della forza lavoro femminile, ad esempio attraverso attività di formazione, eventi e strumenti che consentano di ridurre il divario retributivo. Il progetto intende anche contribuire a raggiungere l’obiettivo della “Strategia Europa 2020″ di portare il tasso di occupazione al 75%, obiettivo che, in assenza di una più ampia partecipazione delle donne al mercato del lavoro, non potrà essere realizzato.