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Donne che diventano uomini. Le burneshas del nord dell’Albania

Non siamo in altro pianeta ma nella vicina Albania dove le donne sono state costrette anche a questo. Leggete questa notizia tratta da Agoravox.it

Nel sito del link troverete anche una galleria di immagini.

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Queste donne si sono ritrovate ad assumere identità maschili giovanissime, per scappare dai codici tribali, che le considerano come proprietà dei mariti.

La fotografa Jill Peters spiega che il Kanun, un codice tribale che è diffuso nel nord del Paese – e che in occidente è conosciuto piuttosto per le vendette di sangue, nda vieta alle donne di fare cose come votare, guidare, avere un’attività commerciale, bere, fumare, avere denaro o portare pantaloni.

«Le ragazze venivano obbligate a sposarsi, spesso con uomini più anziani in villaggi distanti. Come alternativa potevano diventare delle “Sworn Virgin” – delle vergini sotto “giuramento” o “burnesha” – in modo da elevare il loro status sociale e avere gli stessi privilegi degli uomini», spiega la Peters.

La transizione andava poi “manifestata” tagliando i capelli, utilizzando abiti maschili e arrivando fino a cambiare il nome. La cosa più importante, inoltre, consisteva nel fare un voto di castità per la vita. In questo modo, dice Peters, «Lei diventa Lui».

La tradizione delle “burneshas” oggi non è completamente morta, ma è sempre più vista come una pratica obsoleta.

La Peters è riuscita a immortalare alcune di queste donne, prima che la tradizione si estingua completamente. La fotografa racconta di essersi interessata a questo progetto perché aveva sentito parlare delle “Burrneshas” come di donne estremamente rispettate e di questa “transizione” come un fenomeno accettato dalla società.

Jill Peters racconta che la cosa che l’ha maggiormente colpita è che le donne con le quali ha parlato non hanno manifestato grandi rimpianti rispetto alla scelta che hanno fatto.

Ue, “le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo”

 

E nel caso di famiglia a carico, il lavoro di casa lo dimentichiamo??? Leggiamo la notizia tratta da Il Fatto Quotidiano

Donne e Lavoro

In Europa le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo. E’ quanto emerge da un rapporto presentato oggi dalla Commissione europea, alla vigilia della terza edizione della “Giornata europea per la parità retributiva“, che cade il 28 febbraio. Le ultime cifre rese note dalla Commissione parlano chiaro: il divario retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’Unione europea, è ancora del 16,2% (il dato è del 2010), in lieve calo rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti. In Italia il divario è molto meno accentuato: la differenza salariale è infatti del 5,3%.

“La giornata europea per la parità retributiva serve a ricordarci le disparità di condizioni retributive che ancor oggi le donne subiscono sul mercato del lavoro. Anche se negli ultimi anni il divario si è ridotto, non c’è da rallegrarsi – ha commentato la commissaria alla Giustizia, Viviane Reding – Le disparità continuano a essere considerevoli e il lieve livellamento cui assistiamo è in buona parte dovuto al fatto che gli uomini guadagnano di meno e non a un miglioramento delle condizioni salariali delle donne”

La tendenza al ribasso è riconducibile all’impatto della recessione economica che è stato più aspro nei settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria), nei quali i salari sono diminuiti in misura maggiore. Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile in generale ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne. Parallelamente, negli ultimi anni è salita la percentuale di uomini che lavorano part-time o a condizioni salariali meno favorevoli. In questo contesto, Bruxelles si è impegnata sostenere i datori di lavoro impegnati a ridurre il gap retributivo di genere: il progetto “Equality pays off” (“L’uguaglianza paga”) intende sensibilizzare le imprese ai vantaggi economici che possono venire dall’uguaglianza e dalla parità di retribuzione tra i sessi. Dati i cambiamenti demografici e la crescente carenza di manodopera specializzata, l’iniziativa intende agevolare l’accesso delle imprese al potenziale della forza lavoro femminile, ad esempio attraverso attività di formazione, eventi e strumenti che consentano di ridurre il divario retributivo. Il progetto intende anche contribuire a raggiungere l’obiettivo della “Strategia Europa 2020″ di portare il tasso di occupazione al 75%, obiettivo che, in assenza di una più ampia partecipazione delle donne al mercato del lavoro, non potrà essere realizzato.

Giornata delle bambine e delle ragazze

Tratto da Repubblica.it

Discriminate perché femmine, persino quando sono costrette dai grandi a combattere, ma poi non vengono riconosciute dai programmi di recupero del disarmo e devono tornare da sole al villaggio, spesso incinte e circondate dall’ostilità in quanto “disonorate”. L’esempio estremo non è che l’ultimo fatto nelle pagine del dossier presentato oggi da Terre des Hommes 2 in Italia, in occasione della prima Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze voluta dall’Onu per l’ 11 ottobre, dopo una campagna promossa da Plan International, che ha organizzato l’illuminazione in rosa dei monumenti, in Italia come a Londra, New York, Delhi o Copenhagen dove sarà la Sirenetta a cambiare colore. Parte in contemporanea anche la campagna “Indifesa” di Terre des Hommes, che propone un sms solidale da inviare al 45501 per sostenere con due euro i programmi di aiuto alle bambine.

Un doloroso promemoria. Il dossier sulle loro condizioni nel mondo è un doloroso promemoria per confermare quanto di quei due euro c’è bisogno. Una bambina su quattro, nel pianeta, ha subito un abuso, e la violenza sessuale ha colpito 150 milioni di minori dei 18 anni. Le mamme bambine sono 16 milioni e sono almeno due milioni e mezzo le minori che ricorrono all’aborto senza avere a disposizione, per proibizioni o per povertà dell’area, strutture sanitarie adeguate. Chi partorisce, invece, contribuisce all’11% delle nascite globali. Ma se ha meno di 15 anni rischia di morire durante il parto cinque volte di più di una ventenne. Resiste però la tendenza a far sposare le femmine prima dei maschi e così si arriva a 10 milioni di moglie con meno di 18 anni, molte delle quali costrette a non studiare. Eppure, ogni anno di scuola in più, per la famiglia significherebbe un futuro aumento del reddito di almeno il 10%.

Un percorso a ostacoli già prima di nascere. Ma il percorso a ostacoli, lo sappiamo, inizia già prima della nascita, con gli aborti selettivi che colpiscono soprattutto le piccole cinesi e indiane. Se si riesce a nascere, poi bisogna superare i primi anni di vita. In India, il tasso di mortalità delle bambine fra zero e cinque anni supera del 75% quello dei bambini. La malnutrizione è una delle cause. Le adolescenti sottopeso in India sono quasi la metà, in Eritrea sono il 40%, in Bangladesh il 35. E ci sono paesi come il Perù dove più del 70% delle ragazze, nelle zone andine, soffre di anemia.

Le violazioni sul corpo.
Il corpo cresce male, ma viene anche deliberatamente modificato, con le mutilazioni genitali femminili che colpiscono le bambine in Africa, dove almeno 12 milioni e mezzo di ragazzine fra i 10 e i 14 anni sono mutilate, e in alcuni paesi asiatici e mediorientali. Ci sono poi altre pratiche meno note, come la “stiratura” del seno in uso nell’Africa centro-occidentale che colpisce circa 10 milioni di adolescenti: ai primi segni di pubertà, le madri schiacciano i seni delle figlie con pietre o metalli bollenti per cancellare i segni dello sviluppo. L’intento è quello di preservarle dalle violenze sessuali. Gli effetti fisici sono spesso devastanti come quelli delle mutilazioni genitali.

Il lavoro al posto del gioco. Come spesso i bambini maschi, anche le bambine sono costrette a lavorare. I due terzi di loro, fra i cinque e i 14 anni finisce nei campi. L’altro terzo lavora nei servizi e spesso finisce schiava in case altrui: nel 2008 le stime dell’International labour organization contavano sette milioni e mezzo di lavoratori domestici con meno di 14 anni di età, per la stragrande maggioranza dei casi di sesso femminile. Poi ci sono tratta e prostituzione. Ma ancor prima c’è la sudditanza nei confronti della famiglia e  del compagno. Il 56% dei 150 milioni di ragazze che secondo l’Oms hanno subito violenze sessuali, le ha subite in famiglia. Fra i ragazzi, dei 73 milioni che hanno subito abusi, solo il 25% li ha sperimentati in casa.

Il destino delle spose bambine.
Poi, c’è il matrimonio. Dove si scopre che nei paesi in via di sviluppo più della metà delle ragazze, il 53%, è convinta che il marito sia autorizzato a picchiare la moglie, in certe circostanze. E che non sanno quasi mai come difendersi dalle malattie come l’Hiv: i ragazzi sono più informati e anche lì, è il marito a decidere. Il dossier prosegue fra esempi specifici e valutazioni globali che non lasciano fuori nessun angolo di mondo: Terre des Hommes al momento è al lavoro su 1.200 progetti in 72 paesi. Ora, la campagna “Indifesa” durerà tre anni, con il primo dedicato a interventi in Bangladesh, Perù, Costa d’Avorio e India. La campagna di Plan International invita invece ad andare a visitare i monumenti illuminati (in Italia, alla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano) per sostenere un programma di aiuti che vuole garantire l’istruzione a quattro milioni di bambine.

Quando una parola vanifica tante lotte

Il rischio per le donne tunisine di vedere vanificate tutte le battaglie per ottenere una giusta uguaglianza tra i sessi è legato ad una parola: complementarietà. Da Repubblica.it scopriamo come.

A VOLTE basta una parola. Questa volta è “complementarità”. “La donna è complementare all’uomo”, come recita un articolo della nuova Costituzione approvato da una commissione dell’Assemblea costituente tunisina. E nel Paese che sta costruendo il suo futuro dopo la rivoluzione che ha deposto il presidente Ben Ali si scatena la bufera. Le associazioni di donne da giorni  lanciano appelli contro la scelta che “mette a rischio l’uguaglianza tra i sessi”. Non si sono fatte spaventare dal caldo e da giorni organizzano cortei nelle strade di Tunisi per esprimere il loro dissenso.

C’è chi teme che questo sia solo il primo passo per tornare a una società patriarcale, una minaccia per i diritti delle tunisine. L’Assemblea intende “sopprimere il principio di uguaglianza dei sessi e rifiuta totalmente i diritti delle donne, infliggendo un duro colpo alla loro dignità e alla loro cittadinanza”, affermano organizzazioni come Amnesty International e l’Associazione tunisina delle donne democratiche.

L’articolo ‘incriminato’ stabilisce che “lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarità all’uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all’uomo nello sviluppo della Patria”.
Da quando, dopo le elezioni di ottobre 2, il partito Ennahda è al potere, il rischio potrebbe essere quello di una deriva fondamentalista. Le associazioni temono che il Paese sia improvvisamente catapultato nel passato, con la conseguente perdita di diritti fondamentali per le donne. In Tunisia il Codice che tutela la persona dal 1956,  proibisce la poligamia e dà la possibilità alle donne di divorziare. Si tratta del primo testo di legge che stabilisce i rapporti all’interno del nucleo familiare e ha aperto la strada a una serie di conquiste importanti per le tunisine. Ora, nel 2012, la paura è che in futuro migliaia di cittadine finiscano per avere un ruolo solo in funzione della dipendenza da padri, fratelli o mariti.
La nuova Costituzione dovrà essere  approvata dal Parlamento in seduta plenaria. Servono i voti dei due  terzi dei membri della costituente, ma è già chiaro che molte deputate  non la voteranno. Fra loro c’è Selma Mabrouk, del partito di sinistra Ettakatol, che ha lanciato un appello nel quale chiede di “proteggere i diritti delle cittadine tunisine”. Il testo definisce la donna “in funzione dell’uomo – aggiunge Mabrouk – La nozione di complementarità non è reciproca. Infatti non si legge da nessuna parte che l’uomo è complementare all’uomo”.
Il partito Ennhada difende le sue scelte e cerca di fare luce sull’ambiguità del termine. “Molte voci o letture erronee del testo dell’articolo fanno temere per i diritti delle donne – ha dichiarato Mehezia Labidi-Maiza, vicepresidente dell’Assemblea costituente e deputato di  Ennhada – ma i loro diritti non verranno toccati e sarà assicurata l’uguaglianza tra i sessi”.

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Donne saudite per la prima volta ai Giochi Olimpici

Paese che vai ecc. ecc. Forse per noi è una conquista insignificante, forse per le donne saudite è un primo passo verso un’apertura più ampia. La notizia è tratta dal Corriere.it

 

L’Arabia Saudita, dove l’attività sportiva femminile in pubblico è vietata, consentirà per la prima volta alle donne di partecipare alle Olimpiadi. Lo ha annunciato l’ambasciata saudita a Londra.
Il compitato Olimpico Saudita», si legge nella nota, «supervisionerà la partecipazioni delle atlete che sono in grado di qualificarsi». Il tema dello sport femminile rimane uno di quelli estremamente «sensibili» nel regno wahabita ultra-conservatore, dove alle donne non è consentito neanche di guidare e dove le autorità, nel 2009 e 2010, chiusero le palestre private per donne.

ABBIGLIAMENTO «DIGNITOSO» – Quando mancano poche settimane all’appuntamento di Londra 2012, il Comitato olimpico saudita ha fatto sapere che l’unica donna che rientra negli standard olimpici è la campionessa di equitazione Dalma Rushdi Malhas, un’amazzone neanche ventenne. Ma poi ha aggiunto che potrebbe esserci l’opportunità anche per altre di gareggiare e che in tal caso, saranno vestite in modo tale da «preservare la loro dignità».

COLLOQUI RISERVATI – Secondo quanto riporta la Bbc online, nelle ultime settimane si sono svolti colloqui riservati a Gedda che hanno portato a metà giugno a un accordo tra il re Abdullah, il principe ereditario, il ministro degli Esteri, le autorità religiose e il gran mufti, per consentire alle donne di partecipare. «È un argomento molto delicato», ha spiegato alla Bbc un alto funzionario saudita, «il re Abdullah sta tentando di avviare una riforma in modo impercettibile, cercando di trovare il giusto equilibrio tra l’andare troppo veloce o troppo piano».
L’Arabia Saudita, il Qatar e il Brunei sono gli unici tre Paesi che non hanno mai mandato atlete alle Olimpiadi, ma il Qatar ha già annunciato che invierà un team di tre donne a Londra.

IL DIVIETO – In realtà, le donne possono praticare lo sport in tutti i paesi musulmani e arabi e partecipare alle competizioni sportive, se sostenute dai loro governi, tranne che in Arabia Saudita. Il divieto nasce, probabilmente, da una visione molto conservatrice dell’Islam saudita che impone alle donne di coprirsi e vieta a entrambi i sessi di confondersi negli stessi ambienti.

Diritto alla guida per le donne saudite: dopo un anno altra giornata di lotta al volante.

Torniamo a segnalare la campagna che le donne saudite portano avanti in favore del diritto alla guida:  altra giornata di disobbedienza  venerdi 22 giugno. Questo l’articolo apparso sul Corrieredellasera.it  

donne

Un anno dopo si riparte. Anche se con qualche giorno di ritardo rispettoall’anniversario del 17 giugno. Ieri le militanti saudite hanno deciso di rinviare avenerdì prossimo la campagna in favore del diritto delle donne di guidare in Arabia Saudita, nota su Twitter con l’hashtag #women2drive. La decisione è stata presa per rispetto al lutto della famiglia regnante, dopo la morte del principe ereditario Nayef ben Abdel Aziz, deceduto sabato in Svizzera per «problemi cardiaci».

Venerdì prossimo tutte le donne in possesso di una patente internazionalesono invitate a mettersi alla guida, in segno di protesta contro il divieto vigente nel Paese.  ”La chiave per porre fine al divieto di guida per le donne, sono le donne stesse”, hanno indicato in un comunicato le promotrici della campagnaWomen2drive. “Tutte le donne in possesso di una patente di guida straniera sono pregate di guidare» e di farsi vedere. E gli uomini, naturalmente sono chiamati a sedersi  al fianco delle loro mogli, madri o sorelle,sul sedile del passeggero in segno di sostegno”.

L’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo dove le donne non hanno il diritto di guidare.  Amnesty International ha scritto ieri una lettera al re Abdullah chiedendogli di cancellare il divieto. Nel corso dell’anno 20mila  sostenitori dell’organizzazione hanno appoggiato la battaglia delle donne saudite con azioni dimostrative. Qui sotto un video della campagna.

“E’ ironico che proprio l’Arabia Saudita, un Paese che rifornisce di petrolio milioni di automobilisti impedisca di guidare a metà della sua popolazione” ha detto Philip Luther, direttore del programma di AI per il Medio Oriente e il Nord Africa. “Re Abdullah – ha aggiunto – deve garantire a tutte le donne gli stessi diritti di guida degli uomini e assicurarsi che le autorità non arrestino o puniscano mai più una cittadina per essersi messa al volante”. Una vittoria in questo campo potrebbe rappresentare il primo passo di un lungo cammino per rimuovere le numerose discriminazioni che la popolazione femminile subisce nel Paese. Oggi le saudite hanno bisogno del permesso dell’uomo per sposarsi, viaggiare, lavorare e studiare. La violenza domestica nei loro confronti è molto alta.

Nel maggio del 2011  Manal al Sharif venne arrestata dopo aver messo su Youtubeun video che la riprendeva mentre guidava l’auto. L’attivista venne rimessa in libertà dieci giorni dopo, mentre un’altra militante, Sheima Jastaniah, condannata a dieci frustate per aver anch’ella sfidato il divieto, fu graziata dal re nel novembre dello scorso anno. Da allora centinaia di donne saudite hanno seguito il loro esempio e a decine sono state arrestate e rilasciate solo dopo essere state costrette a firmare una dichiarazione in cui si impegnavano a non ripetere il loro gesto di sfida.

Strage femminile causa la dote inadeguata

Una notizia che la dice lunga sulla qualità della vita delle donne:  questa arriva dall’India. L’abbiamo tratta dal Gazzettino.

  Si chiama «dowry death» (morte a causa delle dote) e ogni anno, in India, uccide quasi una donna ogni ora. Un cancro che nessuna legge è riuscito a estirpare e che, al contrario, nell’ultimo decennio, ha moltiplicato le sue metastasi. Nel Duemila, le vittime di una dote deludente erano circa settemila, nel 2010, la cifra è arrivata A quota ottomilaquattrocento.


Spesso, lo sposo e i suoi familiari, non finiscono nemmeno davanti alla giustizia. 
Il loro furore si scatena perché la dote pattuita al momento di concordare il matrimonio, non si rivela tale. Davanti alla dote reale vanno in fumo progetti e sogni e si materializza la violenza più cieca. Per capire quanto cieca, basta leggere uno degli articoli del codice penale, rivisto nel 1986, per cercare di arginare il fenomeno, che inquadra così il reato: «Quando la morte di una donna è causata da scottature o da ferite corporali, o quando si verifica in circostanze anomale nei sette anni che seguono il matrimonio e quando è provato che, poco prima della morte, la vittima è stata oggetto di atti crudeli o di molestie da parte del marito o della famiglia del marito, in relazione con una richiesta di dote».

La maggior parte delle morti, spesso denunciate come suicidi, avviene a causa di bruciature. Negli archivi della polizia ci sono archiviati migliaia di «incidenti di cucina» in cui, stranamente, a rimanere vittima è solo la moglie: mai che ci vada di mezzo la madre dello sposo, una cugina e via dicendo. A causa della precocità dei matrimoni, le vittime sono giovanissime: la maggior parte ha tra i 18 e i 26 anni.

Nonostante negli ultimi anni, alcune organizzazioni per la difesa della donna abbiano portato avanti un eccellente lavoro
 per portare a galla l’agghiacciante fenomeno, la società indiana, continua a «difendere» la pratica. E se prima la difesa arrivava più per questioni di cultura, tradizioni, peso del patriarcato, oggi la vendetta scatta perché il matrimonio è divenuto semplicemente sinonimo di denaro facile. Eppure risale addirittura al 1961 la legge che proibisce la «morte per la dote». Cinquanta anni trascorsi senza un importante impatto sulla società. Soprattutto negli stati del nord, tradizionalmente più colpiti: Uttar Pradesh, Rajastan, Madhya Pradesh e Punjab.

Le eroine di Utoya censurate perché lesbiche

Noi l’abbiamo appreso casualmente dal sito www.donna10.it e ve la riportiamo, così nel nostro piccolo cerchiamo di rimediare ad una grave ingiustizia:

Strage Di Utoya: I media tacciono sulle due eroine omosessuali! Vergogna!

Avete mai sentito parlare di Toril Hansen e Hege Dalen? Probabilmente no, vero? Eppure anche loro sono eroine come gli altri! Allora, dobbiamo formulare il retropensiero per il quale non ne abbiamo avuto contezza perchè sono una coppia omosessuale? Visto che anche le due donne hanno tratto in salvo 40 giovani dalla riva di Utoya, non troviamo altra spiegazione al silenzio dei media riguardo il loro gesto straordinario. Menomale che la Norvegia era tollerante! Ne hanno parlato, per onore di cronaca, solo un giornale finlandese, blog specializzati sul web e moltissime persone su Twitter. Come spesso accade, sono i Social Network a lanciare le notizie migliori e spesso ignorate dalla stampa tradizionale!!

Altra parte di notizia da www.giornalettismo.com

Il bilancio delle vittime sull’isola di Toya avrebbe potuto essere molto più alto se non fosse stato per il coraggio di veri e propri eroi che conducevano le loro barche, attraversando un oceano di gollia, nei pressi dei giovani in fuga dopo lo spargimento di sangue. Ma la storia delle due donne è venuta alla luce solo perché evidenziata da blogger e utenti di Twitter, indignati dal fatto che la coppia non avesse ricevuto la pubblicità tradizionale concessa ad altri coraggiosi cittadini che avevano sfidato la morte navigando fuori nel lago Tyrifjorden quella notte. E il blog più influente in tema di uguaglianza, Talk About Equality si sono chiesti: ‘Se una coppia lesbica sposata salva 40 ragazzi dal massacro Norvegia e nessuno lo scrive, ci vien da chiederci, è davvero successo?” L’autore dell’articolo chiede ai lettori di condividere “i documenti attestanti il loro matrimonio, e la storia del loro eroico coraggio”. Perché quando è troppo, è troppo.

Le figlie perdute della Cina

Un’intervista molto interessante dal blog di Beppe Grillo a Xiran Xue, autrice e giornalista cinese, che vive nel Regno Unito dal 1997, sulle discriminazioni che le donne fin dalla nascita subiscono.

LE FIGLIE PERDUTE DELLA CINA.  

Italia uno dei paese più avanzati del mondo???

Operaie in sciopero, uomini al lavoro nell'azienda che licenzia solo le donne

Non succede nel Congo ma a venti chilometri da Milano: una piccola fabbrica metalmeccanica, a causa della crisi, deve licenziare. Le “prescelte” sono solo le donne perchè, come dichiara il padroncino Ivano Colombo” è quello – la casa, la cura dei figli – il posto loro. Perché il loro stipendio è comunque semplicemente il secondo. E perché se c’è qualcuna che ha dei figli ma non ha un marito che la mantiene, si arrangi, poteva pensarci prima”.

Commento?? Ma vaffa……….!!!!