Apre a Milano la “Casa delle donne”

Dal Corriere della sera.it riprendiamo la notizia che a Milano apre la Casa delle donne. Di che si tratta? Scopriamolo leggendo l’articolo. 

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Una “Casa delle donne” servirà davvero a Milano? «La città la merita, è un investimento per il futuro. Guardiamo alle esperienze di Roma, Berlino, San Francisco. Non sarà mai un ghetto, ma un luogo di libertà femminile. E la libertà femminile in alcune fasi si costruisce meglio in spazi separati». Nicoletta Gandus, una vita in magistratura, è rappresentante legale, di fatto responsabile, della neonata Casa di via Marsala 8, che sarà aperta per la prima volta al pubblico, dalle 10 alle 18: si potranno visitare gli  800 metri quadrati dell’ex scuola Manzoni messa a disposizione dal Comune, sette aule che dovrebbero trasformarsi in una cittadella pulsante di attività. E ci si potrà tesserare, a partire alla modica cifra di 10 euro. A guidare questa agguerrita associazione che nel 2013 ha già raccolto 420 socie, una sorta di triumvirato molto trasversale: oltre a Nicoletta, Stella Okungbowa, mediatrice culturale nigeriana, e Camilla Notarbartolo, giovane mamma lavoratrice milanese.

«Sarà un luogo aperto, non una casa di associazioni, bensì di singole. Un messaggio che vorremmo arrivasse a tutte le milanesi»

Barbara Mapelli, docente di Pedagogia all’Università degli Studi Milano-Bicocca, fa parte del direttivo di 11 donne. «Una particolare attenzione verrà dedicata alle più giovani, che sono ancora una minoranza. Il femminismo è vivo, vi sono gruppi che possono apparire trasgressivi o avere un linguaggio molto lontano dal nostro… Ma non eravamo così anche noi negli anni Settanta?». E aggiunge:

«Vogliamo fare rete anche con donne di culture differenti che possono incontrare difficoltà a entrare in luoghi pubblici misti»

I progetti sono tanti, dalla biblioteca e mediateca ai laboratori artigianali di sartoria e lavorazione del legno, dal bar caffetteria, una delle garanzie della sopravvivenza economica della Casa, allo sportello degli sportelli, ribattezzato “bussola”, che aiuterà le cittadine a orientarsi fra servizi pubblici e privati. Un programma ambizioso: solo per lo sportello ci vorranno almeno 16 “volontarie”, oltre a computer, database, corsi di formazione. «Soldi per ora non ce ne sono – dice Nicoletta Gandus – ma tra gli 11 gruppi che si sono formati, uno si dedicherà proprio alla ricerca dei fondi, interpellando fondazioni bancarie e private, partecipando al bando del Tavolo Valdese, e così via. E di soldi ne servono davvero tanti, ci vorranno almeno 30 mila all’anno solo per le spese di gestione e le utenze, dal riscaldamento alla connessione Internet».

Le chiavi della casa sono state consegnate il 7 gennaio, ma le riunioni e gli incontri fra i vari gruppi già si susseguono: c’è ad esempio il gruppo “progettazione spazi” con 5 architette, tra cui Maddalena Ferraresi, che ha disegnato quale ipotesi una sorta di corpo di donna con un cuore dedicato all’accoglienza e agli incontri; e poi c’è chi si occupa di comunicazione, di interculturalità, di eventi, di città bene comune, di network internazionali. Spiega ancora Nicoletta:

«L’obiettivo  è diventare un luogo di incontro virtuale e soprattutto fisico fra le associazioni esistenti a Milano; è vero che alcune sono già in costante contatto tra loro, ma ce ne sono una miriade, magari più piccole, che fanno cose bellissime e non comunicano con le altre. E già pensiamo che la palestra nel seminterrato potrà diventare un luogo di assemblee, dibattiti, eventi»

Al progetto della Casa delle donne hanno già dato il loro sostegno 62 associazioni nel mondo, 39 solo a Milano, dall’Alveare alla Libera Università delle donne, dal Cicip & Ciciap (che ha lasciato tutti i suoi arredi, dalla cucina alle pentole) a Usciamo dal silenzio.

Ma gli uomini saranno ammessi? «Nello statuto non c’è una discriminazione di genere – risponde Nicoletta -, potrebbero esserci riunioni miste su temi specifici, in ogni caso non c’è preclusione al loro ingresso, né ad eventuali aiuti economici maschili!». Una storia a lieto fine quella della Casa che comincia a fine 2011 da un’assemblea indetta dalla commissione Pari Opportunità del Comune, prosegue con tre tavoli, la nascita dell’associazione, l’approvazione di uno statuto, l’impegno istituzionale, fra le altre, di Anita Sonego e Lucia Castellano. Trovato lo spazio, nella primavera del 2013 c’è il bando per il comodato a uso gratuito per 3 anni + 3, infine il progetto vittorioso e la firma del contratto con il Comune il 20 dicembre scorso.

Tutto bene dunque? In realtà non sono mancate un po’ di perplessità da parte di chi ha visto nella Casa quasi un “passo indietro” rispetto a un movimento femminista che ha dato vita a pratiche differenti e spesso in contrasto fra loro. Si tratterebbe cioè di un allargamento indifferenziato che avrebbe avuto senso solo 40 anni fa. Non la pensa così Lea Melandri, figura autorevole del femminismo milanese e italiano:

«La vedo come un’iniziativa positiva, collocata nel presente. Ho qualche perplessità solo sulla definizione, “casa delle donne”. E l’avevo anche espressa alle promotrici, di cui ho molto apprezzato l’entusiasmo e l’impegno. La parola “casa” evoca un interno, il luogo dell’esclusione delle donne dalla sfera pubblica. Mi pare in contraddizione con quello che sarà, un luogo aperto di socialità, che potrà essere attraversato sia dalle femministe, sia da tutte le milanesi che vogliono mettere a tema la questione del rapporto con l’uomo»

Via, dunque, al tesseramento in attesa dell’inaugurazione ufficiale, l’8 marzo, con una grande festa, cui hanno dato la loro adesione numerose artiste e attrici, da Angela Finocchiaro, che ha anche fatto uno spot per la Casa, a Lella Costa e Ottavia Piccolo. Insieme per animare l’evento con tante altre, come la regista Serena Sinigaglia, il gruppo Le Brugole, fino alle allieve delle scuole civiche milanesi e alcoro delle ragazze nigeriane.

E voi che cosa ne pensate? Milano ha davvero bisogno di una Casa delle donne? O è un’iniziativa “fuori tempo”?

 

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